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“I maggio 1947
Qui celebrando la festa del lavoro
e la vittoria del 20 aprile
su uomini donne e bambini
di Piana A. San Cipirrello
S. Giuseppe
si abbatté
il piombo della mafia e
degli agrari
per stroncare
la lotta dei contadini
contro il feudo”
Questo si legge sulla stele di Portella della Ginestra. Undici innocenti caddero, di cui due bambini.
La Repubblica era appena nata (2 giugno 1946) e già si registrava la prima strage. I mandanti, italiani e stranieri, gli esecutori materiali e morali, cercateli voi. La vostra ricerca varrà, per questi martiri, come dono di un piccolo fiore alla loro memoria, gente che pagò con la vita il legittimo e sacrosanto diritto a manifestare. Tenete bene a mente l’ultimo termine dell’epitaffio: “feudo”. Attribuitegli voi il giusto significato e tremate.
Colgo questa occasione per condividere con voi, un’altra esperienza della festa del Primo Maggio. Vi parlerò di una donna, una bracciante del sud, dagli occhi celesti, segno sicuramente di una lontana parentela con la stirpe normanna, dalla pelle arsa dal sole e dalle ossa incurvate dagli sforzi e dagli stenti. Figlia di una famiglia di braccianti, senza casa e senza terra, crebbe secondo la regola che una giornata di duro lavoro nel latifondo meridionale, dall’alba al tramonto, sotto l’ustionante sole estivo e la tagliente tramontana invernale, valeva solo una misera cena, unica paga in natura, bastevole per la sola sopravvivenza. Il suo anno non era scandito secondo i mesi o le stagioni. I lavori agricoli dettavano i tempi di pancia piena e quelli di magra. Quando non serviva a nessuno, solo le erbe di campo potevano alleviare i morsi della fame. Era analfabeta, la scuola le era stata preclusa, con quell’assolutezza che eleva una probabilità a certezza. Vuota di conoscenze scolastiche, ma piena di quel sapere esperienziale che ti fa sopravvivere, contro ogni pronostico, nel poco o nel nulla. Quella forza, che era mitezza per tutto l’anno, in un solo giorno era orgoglio, protesta e riscatto: il primo di maggio. Percorrere le vie del paese nella sfilata comunista, a due colonne in file ordinate e parallele, con la bandiera rossa in spalla e cantando con tutto la forza che si ha in corpo l’Inno per eccellenza della classe operaia italiana “Avanti Popolo”, rappresentava la sospirata ricompensa per tutti gli stenti e le umiliazioni patite nella restante parte dell’anno. Quelle parole si impastavano in bocca, con le lacrime di chi, finalmente libero, spogliato delle catene dello sfruttamento, si sentiva uguale a tutti gli altri. L’appellativo “Compagno” valeva quanto il tozzo di pane in quel giorno, e tanto bastava. Questo accadeva in terra di Basilicata, negli stessi anni e in quelli a seguire i fatti di Portella della Ginestra. Quella donna era la madre di mia moglie e la nonna delle mie figlie. Si chiamava Marietta Amati, classe 1932. E’ stato per me un onore immenso averla conosciuta.